
Il cappotto del potere e la nuda verità di Clemente Mastella
Luglio 5, 2026
Ci sono momenti in cui il flusso della cronaca politica – fatto di retroscena, alleanze variabili e tatticismi esasperati – si ferma di colpo. Succede quando la realtà irrompe nella sua forma più nuda e drammatica, costringendo anche il più scettico degli osservatori a spogliarsi del cinismo d’ordinanza.
Le parole con cui Clemente Mastella ha annunciato la sua malattia dal pulpito della basilica della Madonna delle Grazie a Benevento appartengono a questa rara categoria. Non sono un comunicato stampa, non sono una strategia di posizionamento: sono la confessione a cuore aperto di un uomo che scopre la propria fragilità davanti alla comunità che ha guidato per anni.
«Anch’io sono malato e spero di farcela». In questa frase, pronunciata davanti a una cattedrale gremita, c’è lo strappo definitivo al velo del potere. Mastella è stato per decenni l’animatore perpetuo della politica italiana, un tessitore instancabile capace di attraversare le stagioni della Prima e della Seconda Repubblica, di trattare con Papi, presidenti e capi di Stato. Eppure, di fronte alla diagnosi di un tumore, quel monumentale archivio di relazioni si rimpicciolisce. Resta l’uomo. Resta il filosofo che scopre i limiti della pura razionalità e il marito che confessa un attaccamento «quasi morboso» alla vita, acceso dagli affetti più intimi.
Ciò che colpisce dal punto di vista cronistico, tuttavia, è il cortocircuito che si è generato in quella chiesa. Mastella è il sindaco che ha fatto del contatto diretto un marchio di fabbrica, colui che ha distribuito il proprio numero di telefono a chiunque avesse bisogno. Per una vita intera è stato il punto di riferimento – spesso criticato per un modello di gestione del consenso fortemente personalistico e territoriale – a cui chiedere aiuto. Sabato, le parti si sono invertite.
Per la prima volta, non era il leader a tendere la mano per elargire una risposta, ma l’uomo a cercare il conforto di quelle mani che per anni lo hanno cercato. L’applauso insolito e caloroso della basilica è la fotografia di un legame che, piaccia o meno la sua storia politica, ha radici profonde nel tessuto profondo del Sannio.
Da direttore, guardando alla parabola di questo protagonista indiscusso della nostra storia recente, è impossibile non cogliere il valore universale del suo passaggio sul tempo. «La politica non può più perdere tempo. E la politica non è tutto». È un monito che Mastella lancia a se stesso e, implicitamente, a un’intera classe dirigente spesso avvitata su scadenze effimere.
Il giudizio storico sul Mastella politico – l’uomo delle geometrie variabili, del centrismo dinamico che ha determinato le sorti di interi governi – resterà terreno di scontro tra analisti e storici. Ma la cronaca di questi giorni ci consegna un’immagine diversa, che merita rispetto intellettuale e umano: quella di un leone ferito che non si nasconde dietro la cortina fumogena del privilegio, ma sceglie di condividere la paura della solitudine e della morte con la sua gente.
Spogliato del cappotto del potere, Clemente Mastella ci ricorda che, alla fine del giorno, siamo tutti ugualmente vulnerabili.


