
Giustizia e perdono maturano alla luce di un divino discernimento
Settembre 6, 2026
«Misericordia io voglio e non sacrifici» (Mt 9,13 – 12,7) è l’iconica frase che Gesù rivolge, in più occasioni, a pubblicani e farisei protesi a misurare le evidenze della quotidianità secondo il metro di una giustizia impregnata di una materialità ben lontana dalla visione del perdono.
Riconoscere un torto come atto ingiusto, secondo la visione cristiana, non preclude la possibilità del perdono, che diventa l’azione della grazia di Dio maturata dal martirio della Croce. Tuttavia, il perdono non cancella il male ma lo guarisce, come una ferita che smette di sanguinare per diventare ruga, segnante un livello crescente di maturità e un arricchimento del bagaglio esperienziale, a patto che sia frutto di un autentico e sincero pentimento. Se la giustizia, secondo l’umana visione, ha il compito di riconoscere e punire un male, il perdono guarisce le relazioni fino a ritrovare la pace del cuore, che rifugge ogni forma di risarcimento o indole di vendetta. «Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono», ci ha ricordato san Giovanni Paolo II nel celebre messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 2002. La misericordia acquista una profonda e intensa forza guaritrice per poter costruire la pace nel mondo a partire dal cuore delle persone, come più volte richiamato dal santo padre Francesco.
In questo scorcio di fine estate abbiamo assistito a vicende quantomai controverse in cui giustizia e misericordia mal si conciliano, secondo una visione marcatamente materiale e sempre meno vissuta alla luce della grazia e dell’amore di Dio. La scarcerazione del giovane arrestato a Torino per violenza sessuale su una ragazza di 13 anni e, ancor prima, su una quarantaduenne, ha generato un profondo scontro mediatico, polemiche e contestazioni marcate, con un intervento politico istituzionale. Il giudice ha motivato la scarcerazione dell’indagato per la dimostrata “resipiscenza” (riconoscimento dell’errore commesso, con conseguente pentimento e fermo proposito di ravvedimento). Sono bastati due giorni di carcere, il mostrato dispiacere per il fatto commesso e, paradossalmente, la “facoltà di non rispondere” ad un interrogatorio giudiziario ad aver intenerito il cuore del magistrato, che ha confermato il provvedimento di scarcerazione, riguardo al quale il ministro della Giustizia ha affermato: «Rilevo che la decisione del Gip rientra nell’ambito dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura, su cui non posso e non devo interferire», avvalendosi soltanto della facoltà di inviare degli ispettori per fare chiarezza sul caso.
Si è trattato di un provvedimento di un giudice misericordioso? Nella vicenda, tuttavia superficialmente diramata dalla stampa e quasi scomparsa dall’attenzione mediatica, questo sano principio di visione cristiana non è stato preso in considerazione. Un provvedimento nato da un presunto pentimento può bastare a giustificare la messa in libertà dell’indagato, in assenza di un reale percorso di ravvedimento? E infine, tutto ciò è l’esempio di una “giustizia ingiusta”?
Sono interrogativi che hanno alimentato forte dissenso, verso i quali è sempre più necessario fare delle attente riflessioni e un buon discernimento cristiano. Ad ogni modo, analizzando la questione dal punto di vista delle vittime, appare quantomai evidente che la giustizia terrena è molto distante e meno perfetta della giustizia divina. «Ma questo è insopportabile: a tutto ci si può rassegnare, ma non alla definizione di giustizia. Questo tipo di ferita non rimargina. Di fronte alla malvagità, possiamo chiuderci nella sopportazione. Invece di fronte alla malvagità assolta e perfino ricompensata da parte di chi dovrebbe colpire; o, peggio, di fronte all’innocenza misconosciuta e magari derisa, tutto in noi si ribella.
La giustizia è necessaria come il respiro; la giustizia è la nostra patria più vera: perciò gli uomini sulla terra sono posti sempre un po’ in una condizione di esilio.» (Card. Giacomo Biffi, Contro Maestro Ciliegia, Commento teologico a “Le avventure di Pinocchio”). Il pensiero dell’emerito presule bolognese rimane di una pregnante attualità, tale da esortare la comunità cristiana ad un attivismo per garantire un capillare percorso educativo e formativo secondo la volontà di Dio che orienta le direttrici della storia verso una proficua visione di amore.


