La luce delle opere di amore e carità rende gloria a Dio
Febbraio 8, 2026
Essere luce per il mondo non è vanto ma senso di responsabilità: gli atti da declamare, come forme di perbenismo di facciata, sono l’espressione di un’aridità spirituale nella quale i pochi bagliori di luce sono sopraffatti dalle tenebre di un egocentrismo sconsiderato.
La cultura del benessere e del successo è un’illusione di una vita luminosa. In un tempo in cui le conquiste della scienza e della medicina ci invitano a celebrare la vita, purtroppo, la cultura della morte ci impone riflessioni attente e consapevoli. Il progresso spesso svilisce il senso alto della vita: aborto, eutanasia, suicidi giovani e le continue guerre testimoniano questa sconcertante situazione. Come cristiani siamo chiamati ad essere attenti custodi della vita in tutte le sue dimensioni.
«Voi siete la luce del mondo […] Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli» (Mt 5, 14-16).
Le parole di Gesù rivolte ai discepoli, sempre più spesso, interrogano le nostre coscienze per risvegliarci dal torpore. In un mondo segnato dal benessere e, contestualmente, da tangibili bacini di povertà materiale, le condizioni attuali impongono di superare quel cristianesimo di facciata, che si ferma a ritualità calendarizzate, per aprirsi ad atti concreti di amore e carità.
«È attraverso la carità che il cristiano si forgia e alimenta la luce della fede. L’amore, più che essere declamato, deve essere dimostrato. Le opere di misericordia sono la “carta di tornasole dell’autenticità della vita di un credente» (Don Antonio Colombino, direttore dell’Ufficio Pastorale della Diocesi di Lamezia Terme).
Bisogna farsi testimoni concreti dell’amore di Dio, ognuno, nel proprio ambito di vita. Solo così potrà risplendere quella luce che rischiara ogni tenebra e dà senso ai nostri giorni per “rendere gloria al Padre che è nei cieli” (cfr. Mt 5, 16).


