Sal Da Vinci canta l’amore come scelta che dura nel tempo. Il Festival di Sanremo diventa cattedrale laica di celebri valori spirituali e umani.

Sal Da Vinci canta l’amore come scelta che dura nel tempo. Il Festival di Sanremo diventa cattedrale laica di celebri valori spirituali e umani.

Marzo 1, 2026 Off Di Mario Baldassarre

Il mese più corto dell’anno si congeda con un fiume di sorprese, che si stagliano in un tempo buio segnato da profonde ferite aperte e ancora sanguinanti lungo il difficile cammino dell’umanità.

Don Tonino Bello, al riguardo, propone delle immagini intense che ravvivano la speranza, rendendo le ferite feritoie attraverso le quali entra luce e con essa l’amore e la grazia di Dio. Le sofferenze che si sperimentano nel corso della vita, spesso, segnano il corpo e lo spirito; attraversarle con amore crea le condizioni per diventare uomini migliori. Febbraio, secondo questa visione, si è presentato come una ferita di questi primi mesi dell’anno. Il conflitto russo-ucraino ha potuto celebrare il triste anniversario di un quadriennio fatto di aspre ostilità, che ancora non tendono a placarsi; il calvario attraversato dal piccolo Domenico Caliendo ci ha tenuto con il fiato sospeso, aggrappati a un filo di speranza, sempre più fragile, sfilacciatosi per una commistione di irresponsabilità mediche.

Il Festival di Sanremo, celebre evento musicale che conferma il talento artistico made in Italy, si conferma una luce che emerge dagli strappi che si presentano nelle pagine consunte della storia di questi ultimi tempi. Si tratta di spettacolo di alta classe come fonte di bellezza; purtroppo, il nostro senso smodato di efficientismo e presunzione avrebbe preferito qualcosa più di concreto e tangibile, piuttosto che canzoni proposte in uno spettacolo televisivo.

Eppure, questa 76° edizione del Festival della canzone italiana, per la profondità dei contenuti, ha offerto degli spunti significativi di un’umanità segnata da sofferenze ricorrenti dalle quali ci si può rialzare, sotto la spinta dell’amore che ci ricorda che la fragilità non è mai segno o sinonimo di sconfitta. Nelle serate della kermesse musicale, le canzoni hanno metaforicamente acquistato la dimensione di una preghiera laica condivisa. Enrico Nigiotti, che già nel 2019 mi aveva profondamente commosso con la canzone “Nonno Hollywood”, con il brano “Ogni volta che non so volare” ha portato in scena il dubbio, la fragilità e la possibilità di rialzarsi con umiltà e, al tempo stesso, caparbietà, per la ricerca di un senso quando «il cielo pesa più del pavimento», così da fare esperienza della grazia di Dio, che sorregge le umane debolezze.

Nel «mormorio di un vento leggero», come espresso magistralmente da Tommaso Paradiso, si può scorge una presenza che affianca e consola: una forza che si manifesta nella debolezza che va ben al di là dell’umana precarietà, evocando il pensiero di San Paolo «Quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12, 10). Dio, in fondo, ci insegna che dalle cadute ci si rialza guariti dalla misericordia di Dio. Ermal Meta, come ha chiarito monsignor Antonio Staglianò, ci ha parlato di una «primavera che non arriva e di un silenzio da Sabato Santo, la fede ci ricorda che proprio lì Dio prepara una resurrezione che trasfigura la ferita». Serena Brancale, ha ancora aggiunto l’attento prelato, presidente della Pontificia Accademia di Teologia, nel ricordare la madre perduta, ha mirabilmente trasposto in chiave musicale la «densità sacramentale: l’amore materno diventa segno concreto dell’amore di Dio che non dimentica mai i suoi figli. In questo “silenzio interiore”, la voce di chi amiamo diventa coscienza e eredità spirituale. 

È la “comunione dei santi” che si fa canzone: un legame che unisce vivi e defunti in un eterno “con me”», il canto si è elevato come una preghiera laica: «Scalerei la terra e il cielo / anche l’universo intero / per averti ancora qui con me», l’amore, tuttavia, viene a trasfigurare la morte tanto da donarle un senso meno doloroso. «È inevitabile cadere, sbagliare e sentirsi falliti», ci ricorda il cantante Tredici Pietro, «a volte siamo bravi a sparire per non rischiare di farci male». Arisa in “Magica favola” evoca un’altra forma di lutto: «Non c’è più bianco né nero / ma l’arcobaleno più grande che c’è / c’è l’arcobaleno qui dentro di me», canta, ricordandoci che spesso l’amore cercato alberga sempre dentro di noi, riscoprendo la bellezza di un cammino emotivo che acquista significato con la maturità e la riscoperta di se stessi. 

In questo tempo in cui la famiglia vive momenti di profonda crisi, confortante è il messaggio di Sal Da Vinci che con il brano “Per sempre si” celebra l’amore come scelta per affrontare gli scossoni della vita restando uniti nell’intimità familiare. La forza del legame sacramentale matura in un cammino paziente fatto di comprensione e perdono, sorretto dalla grazia dello Spirito Santo (cfr Papa Francesco, Amoris Lætitia). In questa serata conclusiva del Festival tanti sono i messaggi che non potranno passare inosservati, tra questi il pensiero che Malika Ayane ha rilasciato alla fine della sua esibizione: «Trattate tutti con amore, ce ne è bisogno!», un messaggio di una pregnante attualità per garantire pace e concordia.

Significativi sono stati gli interventi e testimonianze portate in queste serate, tra tutte quella del coro Anffas Nazionale, l’Associazione Nazionale di Famiglie e Persone con disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo, andata in onda durante la seconda serata che, seppur tra numerose polemiche, ha offerto un momento di inclusione, emozionando e commuovendo il pubblico.

Gino Cecchettin, padre di Giulia vittima di femminicidio, nella serata conclusiva, alla domanda di Carlo Conti su come sia possibile affrontare questo grande dolore, ha risposto con estrema lucidità e chiarezza: «È un dolore che si vive nell’intimità, che vivi nel profondo e che ti accompagna tutti i giorni, allora hai una scelta: annichilirti o provare a trasformarlo e ho deciso di provare questa seconda strada, creando la Fondazione “Giulia Cecchettin”, perché se anche a una famiglia si può risparmiare il dolore che ho vissuto, beh, allora vale la pena di provarci».

Numerosi sono stati gli spunti di riflessione emersi da questo suggestivo spettacolo che dopo ben settantasei anni emoziona, rappresentando la pagina più bella della sana competizione artistico-musicale italiana.

Alle 2:13 della lunga notte sanremese Laura Pausini ha proclamato Sal Da Vinci vincitore della 76° edizione del Festival della canzone italiana di Sanremo. L’artista, in lacrime, ha dedicato il premio alla sua famiglia e alla città di Napoli. Musica e parole, ravvivate da un gioco di luci, hanno suggellato un evento in cui sono stati mirabilmente espressi dei principi di alta spiritualità, confermando valori morali importanti per il buon cammino della vita.