Sanremo nel mirino: Cazzullo affonda Sal Da Vinci, ma la sua lezione di “buon gusto” fa acqua da tutte le parti
Marzo 4, 2026
La vittoria di Sal Da Vinci al Festival di Sanremo continua a far discutere.
Ma più che il successo del cantante napoletano, a catalizzare l’attenzione nelle ultime ore sono state le parole di Aldo Cazzullo, che sulle pagine del Corriere della Sera ha liquidato il brano vincitore come “la canzone più brutta della storia del Festival”.
Un giudizio netto, tranchant, che non lascia spazio a sfumature. Nella sua rubrica di posta con i lettori, Cazzullo ha sostenuto che un brano simile, se presentato al Sanremo di settant’anni fa, sarebbe stato “bocciato sonoramente”. A sostegno della sua tesi ha evocato Nel blu dipinto di blu di Domenico Modugno, definendola “popolarissima ma meravigliosa”, simbolo dell’Italia del boom economico e della fiducia nel futuro.
Il paragone, però, appare più come un esercizio di nostalgia che un’analisi critica. Tirare in ballo Modugno per demolire un artista contemporaneo rischia di trasformare il dibattito musicale in una gara tra epoche, dimenticando che linguaggi, gusti e sensibilità cambiano. La musica popolare non è una teca da museo, e Sanremo non è una fotografia in bianco e nero del 1958.
Cazzullo ha poi definito il brano di Sal Da Vinci “banale e scontato”, arrivando a descriverlo come possibile “colonna sonora di un matrimonio della camorra” — o, “a essere generosi”, come una canzone di Checco Zalone. Un passaggio che ha fatto storcere il naso a molti, non solo per la durezza del giudizio artistico, ma per l’utilizzo di stereotipi legati al Sud e alla musica napoletana, percepiti come gratuiti e offensivi.
Il giornalista ha poi allargato il tiro, sostenendo che l’Italia dei primi anni Duemila sarebbe un Paese in cui “chiunque può fare qualsiasi cosa”: allenare la Nazionale, fare il presidente del Consiglio, perfino vincere Sanremo. Una riflessione che vorrebbe essere amara ironia, ma che suona come l’ennesima invettiva contro il gusto popolare, quasi che il consenso del pubblico fosse una colpa e non un dato di fatto.
Sui social la reazione è stata immediata. Molti utenti hanno accusato Cazzullo di elitismo culturale, di guardare dall’alto in basso la musica che non rientra nei suoi canoni, e di confondere il giudizio personale con una sentenza universale. Altri hanno difeso con forza la vittoria di Sal Da Vinci, sostenendo che proprio la capacità di parlare a un pubblico ampio sia il cuore del Festival.
La polemica, in fondo, racconta qualcosa di più profondo: il conflitto tra cultura “alta” e cultura popolare, tra chi rimpiange un passato idealizzato e chi vive il presente senza complessi di inferiorità.
E forse è proprio qui il punto. Si può non amare una canzone, si può criticarla con argomentazioni solide e perfino severe. Ma trasformare il dissenso in sarcasmo sprezzante rischia di rivelare più pregiudizi che competenza.
Quanto al resto, viene da sorridere: perché a forza di evocare Modugno e di impartire lezioni di gusto, Cazzullo finisce per sembrare l’unico a non aver capito che la musica — quella vera — non si misura con il righello della nostalgia. E, a giudicare dal tono, viene quasi da pensare che di musica capisca ben poco.
Sui sentimenti, poi, meglio stendere un velo pietoso: certi spartiti non si studiano sui libri di editoriale...


