
Il “Parroco del Futuro” che parla la lingua dei giovani: la rivoluzione digitale di Don Patrizio Coppola
Giugno 6, 2026
Nell’era dell’intelligenza artificiale e della transizione digitale, c’è chi arrocca la fede e le istituzioni su posizioni di chiusura e chi, invece, decide di abitare la modernità senza paura. All’interno del podcast dell’associazione SoloFra Libera, condotto dall’avvocato Giulio Bonanno con l’introduzione dell’architetto D’Urso, è emersa con forza straordinaria la figura di Don Patrizio Coppola, noto a livello nazionale con l’appellativo di “Padre Joystick”.
Un parroco radicato nel suo territorio da oltre trent’anni, eppure capace di guardare oltre i confini del visibile e del presente, che ha saputo trasformare quello che molti considerano un semplice “gioco” in una solida realtà accademica ed occupazionale di livello europeo.Il percorso che ha portato Don Patrizio a diventare un punto di riferimento nel settore videoludico è una storia di intuizione e determinazione. Tutto ebbe inizio nel 2008 con un festival dedicato ai videogiochi e ai cartoni animati a Montoro, capace di attirare oltre 12.000 bambini e mandare in tilt la stessa rete autostradale.
“Volevo far vedere ai ragazzini come nasceva la filiera di un videogioco e di un cartone animato”, spiega Don Patrizio nell’intervista.
Da quel successo, e grazie alle sinergie nate a tavola con i vertici di colossi come Sony, Microsoft e Nintendo, l’idea iniziale di semplici corsi di formazione si è evoluta. Nel 2012, sotto la Link Campus a Salerno, prende vita un percorso accademico focalizzato sul gaming che oggi, sotto una realtà maltese, rilascia un titolo di studio europeo. I risultati? Parlano i numeri: il 95% degli studenti trova lavoro prima ancora di terminare il corso di laurea, assorbito da aziende del settore o da realtà che sviluppano le nuove frontiere dell’intelligenza artificiale.
Don Patrizio non le manda a dire e affronta frontalmente i tabù del mondo ecclesiastico e scientifico. Se una certa parte della Chiesa o istituzioni internazionali come l’OMS hanno spesso demonizzato i videogiochi, “Padre Joystick” rivendica con orgoglio il valore di questi strumenti durante i mesi più duri del Covid-19, quando proprio i social e i tornei digitali (come il campionato di FIFA tra 120 parrocchie d’Italia da lui organizzato) hanno salvato migliaia di giovani dall’isolamento.
L’intervista tocca anche il tema centrale dell’educazione digitale, che secondo il parroco non deve essere rivolta ai ragazzi, bensì ai genitori. Citando uno studio condotto con esperti milanesi, Don Patrizio dimostra come l’interesse del genitore verso il videogioco del figlio crei un ponte relazionale potentissimo: l’80% dei ragazzi smette di giocare se il genitore si siede accanto a lui chiedendogli sinceramente di spiegarne le dinamiche.
E sui progetti futuri? È in dirittura d’arrivo un innovativo videogioco sul catechismo sul modello di Super Mario Bros, basato sulla memorizzazione e la comprensione pratica del catechismo di Pio X per unire l’aspetto ludico a quello nozionistico.
C’è un momento preciso, verso la conclusione dell’intervista, in cui il ritmo incalzante del dibattito su pixel, algoritmi e strategie educative si ferma di colpo. Succede quando l’intervistatore gli rivolge una domanda intima, quasi sussurrata: «Con chi vorresti prendere un caffè tra le persone che non ci sono più?».
È qui che l’armatura di “Padre Joystick”, l’accademico sicuro di sé che sfida i giganti della tecnologia e le rigidità dell’alto clero, si dissolve. Con un nodo alla gola e un’emozione che traspare da ogni singola parola, Don Patrizio risponde:
«Certamente con mio padre, perché non mi ha visto prete».
In questa manciata di parole c’è tutta la verità di un uomo. Non c’è il personaggio pubblico, non c’è il prete da copertina di Panorama. C’è un figlio che, nonostante i successi e la stima di un’intera comunità, porta dentro di sé la ferita dolcissima di un’assenza, il desiderio ancestrale di mostrare l’uomo che è diventato alla persona che lo ha messo al mondo.
Questa risposta, arrivata come un fulmine a ciel sereno nel podcast di SoloFra Libera, rappresenta a mio avviso il momento più alto e autentico di tutta l’intervista. È la chiave di volta per capire chi sia davvero Don Patrizio Coppola.
La sua incredibile spinta verso il futuro, la sua ossessione positiva nel creare lavoro per i giovani e nel proteggerli dalla solitudine digitale, non nascono da una fredda ambizione manageriale. Nascono da un cuore profondamente umano, segnato dal valore della famiglia e degli affetti più cari.
Questa confessione così intima e vulnerabile ce lo rende ancora più vicino: Don Patrizio è un gigante della modernità proprio perché non ha mai smesso di essere quel figlio che, sotto la tonaca, custodisce la purezza e le radici dei propri sentimenti.
Un uomo vero, prima ancora che un grande sacerdote.


