«Signore, insegnaci a pregare» (Lc 11, 1)

«Signore, insegnaci a pregare» (Lc 11, 1)

Luglio 24, 2022 Off Di Redazione

L’etimologia studia la storia delle parole, ne analizza l’origine, l’evoluzione, mettendone, così, in evidenza il reale significato che dà valore al senso si quanto viene espresso. I vocaboli della lingua italiana hanno nella maggior parte dei casi un’origine dalla lingua greca e latina. Numerosi termini, in particolare nel linguaggio tecnico-scientifico, confermano la propria appartenenza al greco antico. Bastano queste semplici considerazioni per dimostrare l’importanza del greco e del latino, considerate irragionevolmente delle “lingue morte”. Riscoprire queste lingue che, tra l’altro, in parte, conosciamo senza saperlo, permette di elevarsi culturalmente, potendo affrontare la vita con più consapevolezza e con rinnovate prospettive spendibili in ogni ambito socio-culturale.

Al tempo stesso, la conoscenza del mondo classico è un ottimo viatico per comprendere il presente e interpretare con senso critico la realtà che ci circonda. Se questa consapevolezza fosse incardinata nel tessuto sociale, comprenderemo i numerosi strafalcioni comunemente ascoltati in televisione e, in particolare, il linguaggio demagogico, spesso insensato, ad appannaggio di sistemi pseudopolitici. La cultura sorregge l’impalcatura morale dell’uomo ed è la misura del buon vivere; negli ambienti degradati e intarsiati di immoralità, invece, il substrato culturale è particolarmente deficitario, se non del tutto assente.

La parola preghiera, etimologicamente, deriva dalla lingua latina ed indica una richiesta fatta a qualcuno con atteggiamento di umiltà, di sottomissione. Gesù arricchisce, addolcisce e rinnova il significato della preghiera, rivolgendosi in modo diretto e affettuoso verso Dio che chiama “Padre”. È un suggerimento di apertura, sorretto dall’amore e dalla reciprocità, nella libertà di sentirsi figli di un Dio più vicino e più amorevole. La preghiera, tuttavia, non chiede a Dio di ascoltare l’uomo, ma all’uomo di glorificare il Padre e fare la Sua volontà. È questo l’anello debole che rende la preghiera un’insistente chiedere a Dio di assecondare delle volontà terrene e, il più delle volte materiali. «Dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano» (Lc 11, 3), è una supplica che mira all’essenziale, non al superfluo, avvalorando il senso del sapersi bastare per aprirsi all’altruismo, con sentimenti pregni di carità. In questo tempo di prepotenze ed oppressioni è la pace il nostro bisogno impellente.

Il troppo è un pericolo che appesantisce, annichilendo i sentimenti di fraternità. Anche il perdono è quel pane quotidiano che, talvolta, allontaniamo dalle nostre tavole perché vinti dall’orgoglio. «Il perdono – scrive padre Ermes Ronchi – è quel soffio che fa ripartire, che toglie il peso e le ombre che invecchiano il cuore. Il perdono è indispensabile per vivere insieme senza distruggerci e avere un futuro». L’intima preghiera insegnataci da Gesù ci fa riconoscere l’umana fragilità e il coraggio di lottare il male, con la fiducia di non essere abbandonati, in quanto figli. Al riguardo, scrive il Cardinale Comastri: «Gesù non ci fa chiedere di essere esonerati dalla prova, ma ci fa chiedere la forza per resistere, la forza per lottare, la forza per vincere il maligno che è nemico della gioia umana». In questo senso, la forza della preghiera si apre alla fiducia, alla speranza e dà forza per poter vivere momenti difficili, a volte, segnati dalla prova e dalla sofferenza. La preghiera diventa così un atto di intima relazione per discerne la volontà di Dio alla quale affidarsi con sconfinata fiducia.

Mario Baldassarre